Istituto Comprensivo "Monsignor Saba" Elmas

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Mahmout Suboh

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Dott. Mahmout Suboh

Il deserto

È deserto questa terra
Persino i volti della gente,
rocce solcate dal tempo
Bimbi costretti a crescere in fretta,
occhi vispi, sorrisi di gioia
Paura in quel deserto
Notti senza luna,
stelle senza luce
Sento grida di dolore,
lamenti nel sonno
Fuori vive un lupo,
mangia la terra e divora i bambini
Nessuno è al sicuro,
persino il sole è stato sequestrato dal nemico
Deserto senza orizzonte
Agonia dietro le mura
Nella mia terra hanno ucciso la magia
Cancellato le poesie
Nella mia terra vivono dei bambini
Occhi vispi, sorrisi di gioia dietro le mura.

Mahmoud Suboh


Al check point...


Avevo appena compiuto un anno, me lo ricordo perché stavo facendo i miei primi passi. Mi ricordo che tutta la famiglia mi faceva il tifo: che bravo, vieni...vieni altri due passi. E c’erano le braccia e gli abbracci che mi attendevano, io sorridevo felice, cercavo di vincere le tante coccole. Mia madre mi stringeva al suo petto e mi infilava nel suo grembo: che bello il mio angelo. Invece i miei fratelli grandi, mi portavano su a ruotare sopra le loro teste, avevo paura di cadere ma ero felice, e mi scordavo di camminare e richiedevo di farmi nuotare ancora nel vuoto.
Era bello camminare ed io non vedevo l’ora di correre, volevo crescere in fretta e gareggiare con i miei fratelli, loro rimanevano sempre lo stesso, erano già grandi! io invece crescevo e le mie gambe si facevano forte.
Era il mese di febbraio, fuori c’era freddo e non si poteva correre, non solo per il freddo ma perché c’era il coprifuoco. Non capivo cosa volesse dire ma non si poteva uscire di casa.
Tutta la famiglia era raffreddata, tosse e moccio che schifo era diventata. Mia madre, povera donna doveva occuparsi di tutti, faceva respirare i miei fratelli il vapore dell’acqua, diceva che era la cura migliore per liberarsi di quel intruso, anche io lo facevo per solidarietà con i malati ma anche perché ero grande. Dopo un giorno anche io avevo la tosse e scottavo come un pezzo di legno ardente, mi ricordo mia madre, mi teneva nel suo grembo, mi metteva sul petto una crema per farmi respirare, mio padre cercava di scherzare con me: dai che sei grande e domani ti svegli e gareggi con il vento.
Io stavo male, Scottavo sempre di più e la tosse sempre più noiosa e non faceva dormire nonostante il grembo dei miei, volevo fare due passi ma non riuscivo a vedere la stanza e cadevo come una foglia accarezzata dal vento.
«marito mio, non mi piace... il bambino sta male bisogna chiamare il dottore»
«c’è ancora il coprifuoco, e non si può uscire di casa, e non permetteranno neanche all’ambulanza di passare. Domani se non dovesse migliorare, andrò a chiamare il medico a costo di perdere la pelle»
Mio padre era uscito di nascosto a chiamare il dottore, io ero fuoco e sognavo di giocare sulla neve. Il dottore avevo detto, io capivo il senso... avevo la febbre; «è grave bisogna portarlo subito in ospedale».
All’ambulanza era vietato passare, c’era il coprifuoco, non bisognava ammalarsi in quei giorni.
I miei genitori mi portavano, stretto al petto di mia madre a proteggermi dal freddo...
«alt...alt...dove pensate di andare?».
Mio padre supplicava e mia madre singhiozzava;« per amore di Dio, per amore del cielo, nostro figlio sta male, fateci passare, ha bisogno dell’ospedale».
Loro ridevano e lo respingevano indietro, calci e pugni a mio padre che ha usato di uscire di casa.
Dopo più di due ore di discussione, calci e pugni e minaccia di prigione. Mi madre piangeva e trascinava via mio padre« è finita, maledetti israeliani, maledetta occupazione. maledetti, maledetti criminali...avete ucciso il mio bambino».
Io sentivo freddo, ero diventato un pezzo di ghiaccio e non mi colava più il moccio, e non avevo più la tosse.
Appena a casa mia madre mi avvolse in un lenzuolo bianco, sembravo un fagotto nel suo grembo come quando avevo la febbre e mi lamentavo dal freddo.
Tutti piangevano...i miei fratelli strillavano soffocati dalla tossa«alzati, cammina, cammina...non puoi andartene».
Dicono che ero diventato un angelo! Ma io volevo rimanere con loro, volevo crescere, volevo gareggiare contro il vento, volevo dormire la notte nel grembo di mia madre... volevo essere portato dai miei fratelli, su a girare nello spazio a sfiorare le stelle.
Le loro lacrime erano calde, i loro lamenti mi facevano male;
«perdonatemi il dolore che vi avevo arrecato».

Mahmoud Suboh


separatore



Sono a casa con mio figlio, il piccolo di nove anni, gli altri due grandi sono a spasso per conto loro, e la mia compagna fuori per lavoro.
Non so se questo sia il motivo per cui, desidererei condividere con voi questa mia riflessione su un argomento che, continui ad essere un -argomento- che mette discordia fino a sfociare in atti di razzismo e violenza, in contrapposizione ad altri attimi di apertura ed accoglienza...
Essere solo in casa con il piccolo e sentire la mancanza della mia compagna...non so perché mi faccia pensare all’essere italiano dall’origine palestinese! Cosa c’è fra queste due situazioni? Che nesso possa esserci? Eppure c’è come la gioia e il dolore, come la pace e la guerra, come la fiaba e la morte.
Quel star bene che non è completo, quella gioia che manca di un tocco di serenità,
quel amore che ha bisogno di sicurezza, di ale per volare ancora su.
Essere italiano integrato culturalmente direi formato italiano e sentirsi diverso! Come il canticchiare, si il canticchiare, io canticchio in arabo, ascolto canzoni italiane anzi molto più delle canzone arabe, ed alcune di queste hanno accompagnato la mia crescita culturale questo e sentimentale in questo paese, eppure canticchio in arabo, come un lamento doloroso lontano ma gioioso, come il canticchiare per la propria innamorata, un lamento che mi getta in un’altro mondo, il mio mondo, come il bere: chi beve per dimenticare e chi beve per sognare! E questo canticchiare, questa ninnananna mi fa sognare, mi inebria...
E ritorno a cercare la mia identità; italiana o araba- palestinese?
Mi ricordo quando sono arrivato in Italia, per la verità l’ho fatto sempre, entrare nelle chiese, si entrare in chiesa per cercare un attimo di pace e serenità, quella che trovavo nella moschea, non è una questione di fede, credente o meno, ma quella casa è la casa del padre, il padre di tutti ed è in tutte le religioni, e questa casa è la la dimora di tutti; ti accoglie come un padre che abbraccia ed accoglie i suoi figli, e dove puoi sentire la ninnananna cantata da quel grembo, quando appoggiavi la testa e ti sentivi protetto e non c’era nessuno al mondo che potesse farti male o impedirti di volare fra le stelle, a vivere la tua vita che è la fiaba più bella.
Allora quale è la mia identità? È proprio questa, l’universalità, la pluralità e la diversità che ti rende a parte del mondo ma anche uno che canticchi la sua melodia!
Un fratello di tutte le diversità non importa se è una moschea, o una chiesa o una sinagoga...
Io sono il frutto di questa cultura, di quello che vive ascoltando un lamento, una melodia dolorosa e gioiosa che sa di vita e di fiaba, io ascolto ancora la ninnananna cantata dal grembo dell’umanità.
Prima di giudicare, prima di condannare una persona, un popolo... ascoltiamo quella melodia; ninnananna ninnananna ninnananna.

Mahmoud Suboh


separatore



Sto cercando un racconto che avevo scritto tempo fa, non lo trovo e non riesco a darmi pace, me lo ricordo bene.
L’avevo scritto dopo un sogno, mi ero alzato madido di sudore e tremavo come una foglia.
I ragazzi stavano crescendo e mio figlio come tutti i ragazzi di quell’età, pensava di poter sconfiggere il mondo e con esso tutte le regole giuste o sbagliate che siano. Età della ribellione! Come dice un proverbio arabo- asseconda tuo figlio nel suo crescere- almeno il senso del proverbio è quello, rendersi conto che i figli crescono e con loro dobbiamo crescere noi, renderci conto che stanno formando la loro personalità e la loro visione del mondo.
Guardo i problemi che stanno affliggendo il mondo, la nostra vita... politica, cultura, società, religione, musica, guerre, morte e distruzione e vedo i ragazzi pieni di vita e voglia di evadere, e vedo altri ragazzi di altre parti del mondo che cercano di sfuggire alla morte, alla fame o semplicemente hanno voglia pure loro di evadere!
Penso a quanti genitori vorrebbero stare con i propri figli ma non lo fanno, sia per la corsa affannoso della vita, sia per distrazione o forse per paura di assumere le proprie responsabilità e passare un po’ di tempo con qualcuno che sta crescendo e magari la pensa diversamente, oppure di genitori che hanno perso i figli e abbracciano solo le loro foto, e dei ragazzi che sognano il ritorno per abbracciare i propri cari.
Forse per tutto questo che sono tornato a ricercare il mio racconto? A parlare con i miei figli...
L’orata!
Ero assieme a mio figlio, sedicenne, età di ribellione ma anche età di parità! Mi sembrava seduto accanto ad un amico a chiacchierare del più e del meno, anche se lo ammetto; un pizzico di curiosità di ciò che faceva, l’avevo sempre, come anche un consiglio paterno cercavo di dargli passandolo come fosse un consiglio da un amico.
Stavamo in macchina e percorrevamo una strada tortuosa che accostava il mare, sembrava un ponte sopra il mare, o meglio a destra c’era il mare sotto di noi invece a sinistra la campagna. Sembrava la strada che collega Cagliari con Villasimius, chi vive o ha avuto la fortuna di visitare questa zona della Sardegna sa quanto è bella quella strada ma anche un po’ pericolosa per le sue curve.
«padre vai piano, stai correndo troppo»
Era attaccato al sedile della macchina ed aveva la faccia spaventata, direi terrorizzato.
«tranquillo, sto andando piano, guarda neanche a sessanta...»
«stai attento a quella curva, rallenta...»
«tranquillo, la vedo... stai sereno e tutto sotto controllo»
La strada si faceva strada fra il mare e il verde, sole a destra e alberi verdi danzanti a sinistra...
«rallenta che troppe curve, stai camminando veloce...»
«tranquillo, hai paura dell’acqua? Guarda quanto è bella questa natura...»
«guarda davanti... stiamo per cadere in acqua...»
Mi girai tranquillo, sicura di conoscere la strada... non feci in tempo di strozzare il volante. Fu un tufo nell’acqua gelida, sentivo il respiro affannoso di mio figlio e le sue grida di lamento, e sentivo il battito del mio cuore accelerato, arrabbiato mi insultava per la mia distrazione...
Ero in mezzo al mare, non ho mai nuotato nell’acqua alta, se non tocco il fondo con i piedi mi viene il panico e vedo la mia morte annegando. Non vedevo mio figlio cercavo di stare a gallo, urlavo a voce alta«dove sei...»
Avevo il mare nei polmoni, avevo gli occhi velati dal sole e continuavo a cercarlo, lottando per non finire in fondo al mare.
Quando vidi un’orata che mi supplicava aiuto, cercava di mantenersi a galla mentre il mare cercava di inghiottirla, boccheggiava senza forza, sembrava arrendersi alle onde ed al sole.
Corsi portandomi dietro tutto il mare sulle spalle, l’ho presa fra le mie mani, le posai sulla sabbia. Stava respirando a fatica lottando contro la morte.
Dovevo intervenire, ma come si fa a rianimare un pesce? La prendevo fra le mani cercando di fare la respirazione bocca a bocca, la premevo fra le dita delle mani...
«figlio... ma come non sai nuotare? Sei un’orata e non sei nuotare!».
Ero in un bagno di sudore freddo, aveva la faccia bruciata dal sole ed avevo in bocca il sale e nei polmoni il mare.
Corsi al telefono trascinandomi i piedi e l’acqua salato che mi oscurava la strada...
«si pronto... ciao babbo, cosa c’è a quest’ora?»
«come stai figliolo?»
«ma stai bene babbo? Mi chiama a quest’ora per chiedermi come sto? Sto dormendo... lasciami riposare...»
«no niente... volevo solo sapere se magari ci vediamo stasera...»
«ci sentiamo più tardi, lasciami dormire adesso».
Fuori si sentivano le urla dei bambini che giocavano a pallone...

Mahmoud Suboh


separatore

Ero seduto solo nella mia stanza,
davanti a me c’era un foglio bianco e una matita
I miei pensieri girovagavano nella stanza
cercavano una via di uscita!
Quando li vidi sul foglio di carta litigare!
Cominciai ad osservarli senza fiatare, 
volevo capire il motivo di quel tanto litigare?
C’era il pensiero dell’amore; 
al primo posto voleva stare, 
e c’era quello del lavoro, d
iceva che senza di lui non si poteva mangiare; 
e che senza la pagnotta non si poteva stare.
Ma c’era anche uno birichino, 
faceva un chiasso che disturbava i suoi vicini... 
diceva; 
andiamo fuori a prendere il sole, 
a berci un bicchiere, 
a fare baldoria che la vita è breve!
E c’era anche il pensiero intellettuale!
povero si era accontentato dell’ultima riga,
era accovacciato tutto timido ed un po’ impaurito di tutto quel bacano
Cercava di farsi sentire 
ma veniva azzittito da un’altro pensiero tutto prepotente; 
la ribellione in persona con un bastone in mano; 
guai a chi non si sposta!
Cercava di salire in cima al foglio.
C’era il pensiero dei ricordi e degli affetti, 
anche lui voleva il primo posto fra i presenti!
Li vedevo, stavano per azzuffarsi e 
non potendo conoscere l’esito della battaglia in corso 
e mettere un po’ di ordine in quel tanto disordine, 
e quel tanto litigare 
per il primo posto su un pezzo di carta..
accartocciai il foglio senza pensar...

Mahmoud Suboh

Sono pensieroso! 

Sono pensieroso! Mancano poche ore alla fine di questo 2017... forse sentire le preparative della festa o forse nel sentire il dolore di chi sta solo, o forse per la tristezza che queste feste portano? Le chiamiamo feste! ma spesso ci trascinano lontano; i ricordi di cari che non abbiamo più visto, terra proibita come i sogni, amori persi... eppure tutti ma tutti siamo presi dalla corsa: acquisti, luci colorate, cene con tanto di cappello nonostante il lavoro e la fatica... vale  la pena essere trascinati in questa folle corsa senza dimenticare l’intimo! Color rosso che porta fortuna! Pure le lenticchie portano fortuna nonostante il loro colore che non ha che vedere con il rosso e gonfiano pure.
Mi sento avvolto dal calore dei pazienti e del personale sanitario, ma anche ballottato in una tempesta di freddo pungente. 
Si aspettava la festa per avere un paio di pantaloni nuovi o un paio di scarpe. Le feste anzi la festa dopo il mese di Ramadan, era l’unica occasione all’anno dove si poteva avere qualche indumento nuovo, e spesso dovevamo strillare e piangere qualche giorno prima per commuovere i nostri genitori, non c’erano soldi, loro volevano accontentarci ma non era facile, spesso se non sempre, dovettero indebitarsi per farvi festeggiare. La notte mettevamo i vesti di nuovo su una sedia pronti per la festa, dormivamo ammirando quei vestiti e quanto saremmo belli vestiti da festa!
Sono andato a comprare i regali di Natale, quanto mal di testa, si comprano regali ultima tecnologia, guai comprare dei vestiti soprattutto per i piccoli, te li lanciano in testa, ma cellulari tablet... e tante altre fesserie, regali spesso accettati con poca convinzione solo per lo spirito della convivenza, spirito natalizio insomma.
Sentivo la gente salutare il 2017 come fosse un’anno da buttare via e non facesse più parte dei nostri anni vissuti! tutti in allegria aspettando il 2018, più matti siamo e più l’anno prossimo sarà gioioso e ci porterà pace e allegria?!
Non nascondo la mia confusione e il trovare una ragione? Perché devo condannare un anno passato anche se ancora presente? E se solo voglia di svagare perché cercare scusanti? 
Mi sedetti con il mio pensiero, ascoltavo un po’ i pazienti ed un po’ gli infermieri ed i loro progetti di capodanno, non si vedeva l’ora di scappare via... tutti stanno bene, e guai ai pazienti se dovessero lamentarsi, devono stare bene e faremo di tutto perché la serata passasse bene, per forza è un giorno di festa!
Allora cercai, come fanno alla TV di rivedere l’anno che sta per salutarci, un anno che verrà cancellato dal calendario per lasciare il posto a un anno nuovo di zecca che per la verità non promette tanto di buono, ma questo forse è solamente una mia impressione.
Quando mi sono accorto che sulla sedia accanto a me, si era già accomodato il 2017, mi guardava con occhi lessi, innamorato per niente triste. Lo guardavo mentre mi osservava, attendeva forse una domanda o qualche chiarimento? Era seduto osservava paziente le mie domande, forse aveva solo bisogno di sentirsi importante? O forse non aveva molta fretta?
«ben arrivato o forse buon viaggio?» iniziai.
«non saprei, io sono un anno nella tua vita che sta per lasciare il posto ad uno nuovo, continuare il cammino questo è il tempo; ore e giorni che si susseguono e così fanno anche gli anni...»
«è la vita che passa, la vita che vola...»
«non è una questione di volare, è solamente il crescere, l’andare avanti più ricchi o forse più poveri... di umanità, cultura, speranza di vivere tempi migliori»
«tempi migliori! Il motivo per il quale buttiamo il vecchio e festeggiamo l’arrivo del nuovo, la speranza in tempi migliori!»
«già, si festeggia per cacciare il negativo, e si festeggia con la speranza di costruire il futuro»
Stavo riflettendo a quello che mi stava dicendo quel signore 2017, che a me è risultato sempre simpatico; i numeri 2 e 1 sono i miei numeri preferiti, a scuola, volevo sempre essere il primo della classe ma anche il secondo andava bene, e il 7 mi faceva pensare alla vela, ad una barca che viaggia e va lontano, mari, oceani senza paura guidata dalle stelle e dalla luna, non teme il buio o le tempeste, una barca che narra fiabe da mille terre, colorate e non conoscano colore di pelle... su quella barca ero salito, avevo scritto un libro par combattere un nemico, un volgare razzista che ha rubato la mia terra ed oppresso la mia gente, avevo un sogno, “abbatterlo con la penna” e perciò ho scritto tanti racconti e poesie trasportato da una barca a vivere mille avvenimenti, lacrime e gioia, dolore e allegria, morte e vita, notti buie e albe splendenti... è passato un anno di lotta, niente nei confronti di chi vive in guerra, a chi si chiede «quale è stata la sua colpa?».
Il Mondo progressista vede solo la sua avanzata, il suo dominio sul resto della terra, valori morali persi nei barili del petrolio, ammazzare per mantenere in tasca un cellulare, mangiare una bistecca biologica, togliendo la vita a migliaia di innocenti? Ma ne vale la pena; la bistecca di cavallo e tante patatine fritte, accompagnate da una birra o meglio una bottiglia di vino rosso come il sangue versato lontano da casa mia...
Sta per arrivare il 2018, e non ho perso ancora il lavoro! Che fortuna, in questo paese progressista ed iperindustrializzato in cui si muore ancora di freddo e di fame! certamente non è la sorte della casta, loro rubano e fanno la guerra, hanno venduto l’anima al miglior offerente, corruzione? Stanno per cambiare il dizionario, corruzione sarà definita nel giusto verso corretto e corrente: premio per sua eccellenza, premio alla fedeltà e amore per questo paese, Italia dalle radici cristiane!
Questi ragazzi che stanno perdendo la fiducia nel futuro... un posto di lavoro è garantito dalla costituzione! 
Una volta in questo paese si faceva politica, si scendeva in piazza e nelle strade a manifestare il proprio dissenso, a dire basta all’ingiustizia, basta alla guerra... oggi si guarda l’isola dei famosi! Uomini e donne nei salotti!
Mi ricordo quando ero ragazzino e si divertiva con un pallone di plastica rosso, o con palla di stoffa, o a fare una passeggiata con gli amici... si cantava sempre anche nel lutto, quando gli israeliani ammazzavano qualche innocente bastava che fosse un palestinese, loro festeggiavano la nostra morte, uno di noi di meno! E noi cantavano il futuro che sarà nostro e vinceremo la morte, cantavamo per rabbia, ma anche per speranza e per abbattere un nemico, un orco senza pietà e senza fede. 
Gli anni passavano e noi crescevamo troppo in fretta, ci insegnavano a essere uomini da piccoli, il nemico non perdona e non ha pietà, bisogna sapere e imparare a resistere anche cantando e ballando! Um khulthum, Abed all’alim hafeth e molti altri, musica di amore in paese sempre in guerra, musica che usciva dalle case, dai locali, gente al lavorò che canticchiava amore e monologhi sulla terra e sulla nostalgia, e di nascosto o nelle manifestazioni contro l’occupazione israeliana, si cantava resistenza e rivoluzione fino alla vittoria, e così pure quando cadeva un martire, si cantava...
Gli infermieri con i pazienti si scambiavano ricette persino sull’intimo da indossare, notte fallica porta fortuna! Io volevo solo un po’ di silenzio, volevo guardare fuori dalla finestra e vedere la mia gente che combatte perché Gerusalemme rimanga Santa come se fosse solo nostra? Questo paese non sa neppure che Gesù sia un arabo, un palestinese? Nella sua terra si è insediato un nemico che capisce solo la lingua della violenza e dell’annientamento, fuori dalla finestra ci sono uomini che stanno subendo un massacro, gente semplice che cantava per le strade, gente che non sa perché debba morire in questo modo, e se la bellezza di quella regione sia causa sufficiente per farla fuori?
Qui si parla di intimo rosso portafortuna, di lenticchie pure esse portafortuna, di gamberi e maiale arrosto, di fuochi di artificio per festeggiare in allegria, altrove cade il fuoco; di missili e bombe prodotti in questo paese.
Volevo un po’ di silenzio, accanto a me, un ospite che mi guardava tutto perplesso con la faccia da pesce lesso...
«perché mi guardi così, te ne stai andando portandoti dietro solo morti e miseria, l’umanità morta, e magari anche tu vorresti festeggiare il tuo viaggio con un mutande rosso ed un po’ di lenticchie?!»
«io sono solo un numero, si aggiunge e si può sottrarre ad altri numeri, non è colpa mia o dei miei fratelli numeri, gli errori e gli orrori li create voi uomini, noi facilitiamo le vostre operazioni di calcoli ma voi sbagliate operazioni e l’unica cosa che sappiate fare è calcolare il numero dei morti,  anche se per la verità spesso sono numeri sparati in difetto, solo in questi paesi occidentali si contano bene, incidenti stradali, morti per overdose... i vostri morti in guerra non contano niente, sono esseri diversi di paesi inesistenti...»
«ma questo paese era differente, era solidale, parlava di valori morali, di cultura... non dirmi che di nascosto istigava alla guerra? O è stato solo travolto da una ondata di interesse, dominio di gente ingenua? Io vorrei guardare fuori e sentire il profumo della terra, grembo caldo che coccoli i suoi figli, non voglio vedere morti e non voglio sentire odore di polvere da sparo...»
Stavamo chiacchierando nel chiasso della festa, quando si era presentato in anticipo e di nascosto agli occhi di infermieri e pazienti, il 2018 e vicino al suo amico 17 si era accomodato dopo tanto di stretta di mano e tanti abbracci, fratelli e compagni di avventura, numeri che si susseguono!
Erano accanto a me che si tenevano stretti e parlavo con gli occhi, il chiasso in sala dialisi era di festa, e qui c’è un tormento; cosa vorrebbero da me questi due anni? Perché è passato a trovarmi prima del tempo? Cosa mi nasconde? Voleva annunciarmi qualcosa di grave e non vedeva l’ora di farlo?
Sembrava leggermi nel pensiero, questo anno 2018 mi fissava...
«io non so leggere il futuro, sono solo un numero, forse sarò ricordato come l’anno della pace o forse della guerra e della devastazione? non so se il tuo destino sarà gioioso e sereno, magari scriverai una nuova versione o forse morirai come un cane, pardon i cani contano di più di voi umani...»
Lo guardavo e pensavo” sono fortunato allora, sono qui con i miei pazienti a vivere una festa, a regalare un sorriso, io non voglio sapere il mio destino, non voglio sapere cosa mi porterà l’anno futuro, voglio solo un po’ di serenità, sono stanco di vedere morti e falsità, voglio solo un po’ di umanità, vorrei la mia fiaba; sentire la mia gente cantare solo nelle festività.
Il turno di lavoro era finito, ci siamo salutati pazienti e infermieri, tutti avevano fretta... inizia la festa! Anche io dovevo correre a casa, ci sono ospiti, mi tocca preparare maklubah e friggere falafel...
Le strade erano vuote ed i negozi erano chiusi, qui le feste si passano sui tavoli del cibo...
Si usciva a mangiare, a vedere gli amici, i negozi erano aperti, la gente passeggiava mangiava dolce e andava al cinema, si respirava aria  di festa.
Abbiamo mangiato e bevuto, abbiamo strappato lo spumante e siamo usciti nel cortile a vedere la gente nella strada a far scoppiare petardi e bombette, fuochi d’artificio, grida di gioia e spumante... attenti a non dare danni alle macchine. 
Gli ospiti sono andati via come l’anno appena passato, un po’ di ordine e sono fuggito fuori nel mio cortile a sentire il silenzio della notte.
Il cielo era grigio e non c’erano più i amici, si sono salutati a mezzanotte, e adesso sono solo in questo cortile a finire il mio mal di testa, un’altro bicchiere e una sigaretta...
Questo silenzio mi spaventa...
Quando ero piccolo dormivamo tutti nella unica stanza, e quando abbiamo avuto una casa grande,  dormivamo lo stesso nella stessa stanza.
Quando c’era molto silenzio avevamo paura, voleva dire; o qualcuno era malato o c’erano i soldati vicino, pronti ad arrestare o ad ammazzare qualcuno, si stava in allerta, con il fiato corto, tremavamo sotto le coperte, fuori c’erano i soldati e loro portavano solo paura e morte.
Ma quando si rideva, quando si narrava, quando c’era rumore voleva dire; tutto andava bene, non c’erano soldati in giro. Ci davamo spinte e spintoni sotto le coperte, ridevamo dei rumori che scappavano a qualcuno, il russare di qualcuno altro ci accompagnava a dormire, la sinfonia della buona notte, si dormiva fra musica e profumi serenamente ad accogliere il sole del mattino.
Mi spaventa questo silenzio, vorrei dormire sereno almeno questa notte, vorrei il rumore e il profumo della mia casa...

Mahmoud Suboh



Mi nascondo spesso dietro un sorriso 

Mi nascondo spesso dietro un sorriso
Ma oggi mi sento stanco, non ho la forza di fare il buffone 
Penso al mio destino!
Se avessi la chiave del paradiso? 
Sarei a oziare ... mancano i clienti
Se avessi la chiave dell’inferno?
Sarei sudato, troppa gente da arrostire.
Rido al pensiero
Torno a indossare la maschera della vita,
Sorrido e sorrido alla faccia del destino...


Mahmoud Suboh

Io narro la tragedia della mia gente


Io narro la tragedia della mia gente
fra le righe, se leggi bene, troverai la storia scritta!
Un popolo viveva in gioia
non faceva differenza di credo.
Si narra ed io credo che sia vero;
che la chiesa battezzava anche dei musulmani, e
che la moschea era la casa dei cristiani, e che gli ebrei erano fratelli in quanto discendenti della stessa razza!
Vorrei raccontarti una bella fiaba,
fatti dormire con le fate...
Vorrei dirti; ti amo mille e una volta.
Ma nel mio paese stanno uccidendo la poesia
hanno vietato di sognare l’indomani... di rincorrere le stelle.
Si sedeva la sera a fantasticare,
anche la luna veniva a trovare la gente...
Condivideva il pane e l’olivo,
Diceva che l’olio era sacro, e
li che Gesù ha pregato la notte prima di essere spedito al suo creatore!
Vorrei raccontarti una fiaba;
quando la gente si sedeva sotto un pergolato,
volava fra gli astri e galoppava il vento
quando i mostri si svegliavano e quando i cavalieri li cacciavano...
quando l’alba viveva di notte e quando la notte era un sole fresco
Quando la gente dormiva con la finestra aperta, e la luna si intrufolava
quando le stelle erano di casa...
Sono arrivati a seminare morte
hanno abbattuto il pergolato
hanno chiuso le finestre delle case
hanno tolto il respiro alla gente
l’alba non si confonde più con la notte
I cavalieri sono finiti nella tempesta
Ti racconto una fiaba perché tu possa dormire con le fate...
Io narro la mia tragedia perché domani torni l’alba e il sole...
E perché la luna possa rientrare dalla finestra

Mahmoud Suboh

Il fanciullo!


Mi aveva detto: «Ma non sei ancora stanco della vita?! 
Gli anni passano, e tu ti senti ancora un Re!»
Ho chiamato le mie rughe, mi ricordavo che erano solo tre!
All'appello si sono presentate in trentatré.
Nello specchio; faccia tatuata, solchi intrecciati, 
vita passata, vita presente,
libro triste.
Stavo per buttarlo via, 
vedendo tutto questo vissuto, 
 alla luce del sole.
E dopo ci ho pensato...
Io non sono stato mai un Re, e 
non ho mai cercato gloria né danaro.
Camminavo a piedi nudi per le strade,
mangiavo timo e olive, e
la notte: ero felice in un grembo,
ricamato di rughe.
Sono come un fanciullo:
Gioco con le stelle, accarezzo i fiori, e 
non ho paura di guardami allo specchio.

Mahmoud Suboh

Penso a mio padre

 
Penso a mio padre
Quando dormiva con la leppa sotto il cuscino
Il nemico era nascosto nel buio con la mano sul fucile
Io dormivo sereno
Lui era agitato!
Mio padre aveva sotto il cuscino una leppa.
Di giorno giravano fra le case in mano un mitra
Di notte erano nascosti... topi di fogna.
mio padre aveva  sotto il cuscino
Una leppa
Non preoccuparti padre...
Io accanto a te mi sento un re, e
tu non mi puoi proteggere  dalle tenebre, con sotto il cuscino una leppa
Il tuo destino è anche il mio
i coloni  ammazzavano nell'oscurità
Strappavano alberi ed i sogni della gente.
Sono entrati di notte come la morte...
Ci hanno rubato la poesia
Mio padre ci guardava con tristezza
lo sguardo giù a cercare l'orgoglio perso
Si era adagiato sulla stuoia
Tremava come una foglia
Aveva la mano sotto il cuscino stringeva una leppa!
Io aspettavo il sole per giocare con un fiore
Lavare la paura della notte, e
dare al mio vecchio un po' di tregua
allora, siediti e beviamo un caffè
Insieme, io e te a riscrivere la poesia rubata. 

Mahmoud Suboh

Ultimo aggiornamento Domenica 28 Ottobre 2018 20:43  

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